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Storia

Publié le 02 juillet 2010 par Tarantaracparis

Storia

Breve storia del Salento

Terra d'Otranto
Il Salento è una lingua di terra fra due mari, lo Ionio occidentale e l’Adriatico meridionale, con coste dalle alte falesie, fiordi bellissimi, calette nascoste, scogliere basse e pescose, lunghe ed interminabili spiagge ed un mare limpido e trasparente.
Il Salento una penisola nella penisola è un balcone sul mare Mediterraneo, è ricordato nelle navigazioni letterarie come l'Odissea e l'Eneide, è stato attraversato nei secoli da mille rotte marittime e terrestri e costituisce un unicum in tutto il bacino del mediterraneo.

Il Salento ha ereditato dalle civiltà preistoriche il Salento una grande concentrazione di dolmen, menhir, specchie, nemanthol. I ritrovamenti nelle varie grotte, in particolare la grotta Romanelli di Castro e la grotta dei Cervi di Porto Badisco, di graffiti e di pitture fatte con guano di pipistrello e con ocra rappresentano simboli misterici di iniziazione ad una religione legata agli antri bui e nascosti del territorio. Di particolare importanza la famosa donna ritrovata ad Ostuni unico esempio al mondo di donna con un bambino in grembo risalente a circa 25.000 anni or sono.
Questo ed altro attirano studiosi in questa terra affascinante e misteriosa.

Gli ori del museo di Taranto, i vasi e le ceramiche proto-corinzie e le famose "trozzelle messapiche" presenti in quasi tutti i musei salentini ricordano la civilta` magno-greca.

Le basiliche e le cattedrali, dove impera non solo il barocco, ma anche il gotico, il romanico, il rococò, fanno bella mostra dei loro complesso monumentali. Nelle cripte rupestri sono presenti codici greci trascritti nei vari monasteri.

La penisola salentina appare influenzata dalla civiltà micenea ancor prima che questa arrivi nella stessa Grecia; infatti Dionigi di Alicarnasso attribuisce al popolo della regione dell’Arcadia proveniente dal Peloponneso la mitica colonizzazione della regione. La stessa città di Taranto viene fondata da coloni laconi nell’VIII secolo a.C.. Storici, come Strabone o Plinio, raccontano le gesta dei Messapi che non erano e non provenivano dalla Grecia ma probabilmente dalle coste dalmate che, avendo un grado di civiltà molto alto, si integrarono con le popolazioni di origine greca assimilando parte della loro cultura pur rimanendo indipendenti con le loro città-stato pronte a federarsi contro i nemici comuni.

Per il Salento il periodo precedente alla conquista dei romani fu molto prospero e ricco con una civiltà superiore a qualsiasi altro popolo italico di quel tempo. Gli stessi romani, conquistando il Salento, scoprirono il gusto dell’arte che si manifestava attraverso la poesia (ricordiamo che uno dei più grandi scrittori e poeti di Roma fu Quinto Ennio nato nella Messapica Rudiae, città alle porte di Lecce di cui oggi rimangono i resti archeologici e che Virgilio visse e morì a Brindisi), la scultura, la pittura: i `barbari` romani avevano conquistato una terra allora gia` ricca di cultura, arte, storia.

Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, il Salento subisce le dominazioni dei bizantini e dei normanni che, con Federico II, portano la regione ad essere nuovamente centro del mondo.

Con gli svevi incomincia un lungo periodo di declino che prosegue con gli angioini, gli aragonesi, e con il governo vicereale spagnolo che porta nuovi sacrifici a questa terra di confine. La penisola viene costellata da una lunga serie di saccheggi e distruzioni provenienti perlopiù dal mare come testimonia il terribile martirio della città di Otranto del 1480 che contribui` a salvare la cristianità in occidente grazie alla mirabile resistenza del popolo salentino.

Segue un lungo periodo di oscurantismo durante il quale angherie e disgregazione sociale, con la complicita` dei potenti signorotti locali, portano la popolazione salentina a vivere in condizioni di povertà diffusa contrassegnata da lunghe carestie.

Dopo le tristi vicende dell’ultima guerra mondiale comincia lentamente la ripresa economica grazie alla forza d’animo degli abitanti che negli ultimi anni hanno persino dato accoglienza ai popoli balcanici in fuga dimostrandosi degni, come qualcuno ha proposto, del premio Nobel per la pace.

Immaginate, allora, quale incredibile accoglienza possiamo e sappiamo riservare a coloro i quali vengono a godere le nostre bellezze

Archeologia

La storia del Salento è documentata da numerosi ritrovamenti archeologici.

La Grotta Romanelli (che ha dato il nome al piano geologico Romanelliano) è conosciuta per le importanti stratificazioni geologiche contenenti resti animali che vanno dal pinguino boreale alle ossa di elefante, ippopotamo e rinoceronte. La Grotta dei Cervi a Porto Badisco (mitico approdo di Enea) è conosciuta per i disegni parietali fatti con ocra e guano di pipistrello. Ci sono inoltre le Grotte del Ciolo, le Grotte marine di Leuca, la Grotta della Zinzulusa (con specie animali classificate solo qui), la Grotta delle Veneri (così chiamata per il ritrovamento di due manufatti che rappresentano la prima forma d'arte dell'uomo primitivo), ed infine le grotte che si aprono nello stupendo scenario della Baia di Uluzzo (che ha dato il nome al piano geologico Uluzziano).

Delia e il suo  bambino
A Ostuni è stata ritrovata Delia, la più antica madre che conserva resti di un feto a termine. Risalenti a quasi 25.000 anni fa, sono gli unici consanguinei noti nel Paleolitico dell’intera storia umana.
I ritrovamenti messapici di Alezio, Cavallino, Egnatia, Manduria, Roca, Rudiae, Ugento, Vaste e Vereto sono ricchi di necropoli, ninfei, chiese paleocristiane, ipogei, templi, mura e vasellame.

Del periodo romano sono notevoli l'anfiteatro romano e il teatro romano a Lecce, ceppi epigrafi e colonne monolitiche nel resto della regione salentina.

Megaliti

Gli enigmatici dolmen, parola celtica composta da dol (tavola) e men (pietra) proprio per la loro forma, sono sparsi un po' ovunque. C'è chi afferma che sono monumenti funebri, chi pensa che venissero usati per i sacrifici; l'entrata del dolmen è posta ad est, che per gli uomini primitivi era il punto cardinale più importante essendo il punto dove ogni mattina sorge il sole, astro importante per la vita del nostro pianeta e considerato al pari di un dio in molte religioni antiche.

menhir
Ancora più misteriosi sono i menhir, sempre dal celtico men (pietra) ed hir (fitta o lunga). Anche questi megaliti, dalla forma fallica, segnano in molti casi il passare delle stagioni mentre alcuni fungono da grosse meridiane. come per il dolmen, anche nei menhir le facce più larghe sono orientate est-ovest.


Le specchie sono grossi cumuli di pietra che formavano delle vere e proprie torri di avvistamento nei luoghi più alti del territorio.

Nel Salento leccese esiste un altro megalite: il nemanthol (pietra forata). Un esemplare è posto al centro della chiesa di San Vito, una chiesina di campagna a Calimera, dove a pasquetta si svolge il rito propiziatorio legato alla fertilità: l'attraversamento della pietra forata.

tholos

pagliaro

Nel Salento leccese esistono costruzioni antiche in pietra a secco con base circolare che si rifanno direttamente ai tholos greci. Diversi invece sono i trulli di Alberobello, conosciuti in tutto il mondo, a base quadrata o rettangolare.

Le/i

  • pajare, paiare (plurale di pajara, paiara, pajaru, paiaru)
  • pagghiare (plurale di pagghiara, pagghiaru)
  • pajaruni, paiaruni (plurale di pajaroni, paiaroni)

e i furnieddhi (plurale di furnieddhu) sono una sorta di costruzione fatta con pietre a secco ravvicinabile nel bacino del Mediterraneo ai nuraghi sardi; servivano al contadino come ricovero o magazzino degli attrezzi.

I massi della Vecchia sono enormi massi posti nella campagna fra Minervino e Palmariggi legati al ritrovamento di mitiche acchiature (tesori nascosti) ed a miti e leggende greche legate ad Ercoleche ha lasciato l'enorme piede impresso nella roccia.

I messapi

la dodecopoli messapica

l'antica Orra - ab urbe Hyría

All'epoca storica in cui nacque e si sviluppò la Lega Messapica, frutto di una coesione non solo politica ma anche economica e culturale della Dodecapoli dell'antico Salento, l'insediamento di Orra rivestiva già un ruolo strategico fondamentale nell'ambito della civiltà japigia.

Oria  messapica

Secondo Erodono, la città di Oria fu fondata dai Cretesi che le attribuirono il toponimo Hyrìa. I colonizzatori minoici, che scamparono miracolosamente al naufragio mentre erano di ritorno dalla campagna punitiva contro Camico in Sikelia, si rifugiarono lungo i litorali salentini e fondarono un importante centro abitato unendosi con gli originali abitanti del luogo. La loro città divenne ben presto un caposaldo dell'intera regione peninsulare. Alcuni secoli dopo sopraggiunsero gli Illiri, che dettero all'antico insediamento maggiore importanza valorizzando la sua posizione strategica e la sua preminenza nell'ambito degli scambi commerciali che si propagarono sia all'interno del territorio salentino, sia all'esterno di esso. Hyrìa fu il crocevia della Terra di Mezzo (Metapa ovverosia Terra fra i due Mari). Nella "Corografia……di Terra d'Otranto", l'Arditi parla di Oria come di una sede di re messapi e la definisce capitale della Messapia anche se Antonio Profilo, confutando tale tesi, sostenne che se c'era una città che meritava quel ruolo era certamente Tyrea, posta tra Orra e Mesania, rasa al suolo dai Goti nel VI sec. d.C..

È pur vero, comunque, che Orra fu una delle città più forti e meglio organizzate della Dodecapoli Messapica, se si pensa che la sua monumentale reggia era ancora imponente nell'età augustea.

Lo stesso castello federiciano poggia le sue basi sulle fondamenta dell'antico palazzo del re curione di Orra. La posizione geografica di questa città fu determinante nello sviluppo dei traffici mercantili lungo l'istmo Brindisi-Taranto. La frequentatissima Via Appia (la messapica Via Brentyria) ne testimoniò ampiamente la sua importanza.

Un altro percorso viario passava un po' più a sud di Orra; si trattava dell'antica via interna del Salento, detta anche da qualche studioso Via Acheorum, una strada che aveva origine nei pressi di Torre S. Stefano, vicino ad Otranto, e attraversava quasi tutta la penisola lambendo Cavallino (Sybar), la stessa Orra e Mesochoron (Grottaglie) per arrivare a Metaponto. Una sezione di essa, sulla cui direttiva era sorta Rhudia e successivamente Lupiae ed altri insediamenti minori, fu poi utilizzata, ricorda Stradone, come un'utile scorciatoia per raggiungere rapidamente la Via Appia. Nei secoli successivi, lo stesso tratto fu fortificato per essere inglobato nel cosiddetto Limitone dei Greci.

Si può costatare, quindi, che Orra fu il centro nodale dei transiti da e per il Salento e costituiva un vero punto di riferimento nell'assetto viario dell'antica Messapia. Essa ebbe indubbiamente un ruolo prioritario in seno alla Confederazione delle Dodici Città. L'Errico, parlando di Orra e della Foresta Oritana, sosteneva che il territorio circostante era immenso ed interessava una vasta area del versante nord-occidentale. Orra, comunque, rimase per lungo tempo una grande città messapica che seppe arginare l'espansione tarantina verso la penisola salentina. Le fonti storiche antiche e moderne ed i rinvenimenti archeologici riferiscono sì di rapporti commerciali con il mondo magno-greco, ma testimoniano nello stesso tempo dell'indipendenza e dell'autonomia di questa grande città-stato della Messapia.

La reggia di Orra era considerata da alcuni studiosi come la vera sede di re Arthas. Può anche essere stata tale, ma Arthas avrà avuto più di una reggia, se le fonti parlano di un grande dinasta dell'intera Messapia, che alle isole Keradi dette il benvenuto ai navarchi ateniesi nel 415 e nel 413 a.C. Egli sostenne la loro campagna militare contro Siracusa con adeguati reparti di lanciatori di giavellotto e peltasti vari. È da supporre, quindi, che il re messapico estendeva la propria giurisdizione su territori ben più vasti per potersi arrogare il diritto di agire in prima persona e con l'autorità che compete solo ad un grande monarca del passato.

Arthas non regnò forse sull'intera Messapia, ma fu senza dubbio il capo più carismatico, una figura simbolica per tutti gli abitanti della Sallentina, se le fonti classiche riferiscono della sua sovranità e del riconoscimento tributatogli dai massimi esponenti della politica ateniese in onore dell'antico patto di alleanza con i Messapi.

La collocazione topografica dei rinvenimenti dell'antroponimo Arthas è varia. Le epigrafi più evidenti sono quelle provenienti da Ugento, Alezio, Brindisi, Mesagne, Oria e Manduria. Queste città messapiche furono in un certo modo tutte collegate con il famoso dinasta e lo onorarono ricordando la sua maestà tramite i nomi di molti dei propri abitanti.

È indubbio, comunque, che ulteriori studi e nuove ricerche archeologiche potrebbero gettare luce sulla vera identità di quest' importante personaggio della storia messapica.

Galatina: Galathena, Galàthinon, Galathina

mura  messapiche a Galatina

Riportava il De Giorgi nei suoi "Bozzetti sulla Provincia di Lecce" che Galatina vantava il primato fra le città salentine, sia per cultura, produzione agricola, popolazione, vastità di abitato e sia per monumenti. Lo stesso autore descriveva, ammirato, il panorama intorno alla città, che era cinta da una vegetazione rigogliosa di frutteti, di orti e di giardini, dai quali essa ritraeva gran parte della sua ricchezza. Ciò spiegava, a suo parere, l'accrescimento rapido di Galatina in soli quattro secoli, mentre il vicino paese di Soleto, alla contea del quale essa fu soggetta, al tempo degli Orsini, era rimasto pressoché stazionario come nel secolo XV.
Riguardo alle origini di questa città, egli asseriva che esse erano comunque oscure e non rivelate né da documenti di antichi scrittori, né da resti monumentali. Occorre affermare che le sporadiche scoperte archeologiche e le pochissime testimonianze riportate dalle epigrafi, che sono venute alla luce negli ultimi tempi, non sono bastate a dare un quadro ben definito della facies messapica galatinese. L'illustre professor Cavoti, che tanto amò l'archeologia e dedicò il suo interesse alla scoperta di importanti realtà paleocristiane, avrebbe certamente soddisfatto il suo desiderio di conoscenza sull'antico passato di Galatina se avesse potuto osservare da vicino tracce indelebili delle sue vetuste origini storiche.
È certo che dall'Ottocento ad oggi, molte importanti scoperte sono state fatte nel Salento. I numerosi rinvenimenti archeologici hanno gettato luce non solo sulla cronologia storica dell'età japigia, svelando importanti aspetti della civiltà messapica, prima sconosciuti, ma anche sulla lingua degli stessi Messapi, grazie agli studi di grandi studiosi come Francesco Ribrezzo, Vittore Pisani, Oronzo Parlangeli, Ciro Santoro e l'attuale ricercatrice Maria Teresa La Porta, docente presso l'Ateneo barese.

mura  messapiche a Galatina

Il Ribrezzo argomentava che il messapico, come gli altri dialetti dell'antica Italia, non poté superare la concorrenza letteraria, civile e politica del greco e del latino; perciò esso rimaneva una kultursprache (una lingua che apparteneva alla cultura di un determinato popolo). L'antico idioma salentino non raggiunse un livello di evoluzione tale da essere paragonato ad una lingua colta del tempo, ma lo stesso Ribrezzo sosteneva che anche se il messapico non rientrava nelle lingue letterarie parlate da Ennio di Rudiae, le lunghe iscrizioni di contenuto civile e politico erano da considerarsi espressione della lingua ufficiale di una nazione e di uno stato, quello quindi della Confederazione Messapica.
L'antico insediamento di Galatina faceva parte di quella realtà storica; il suo territorio si trovava al centro dell'antica Sallentina e avrà rivestito certamente un'importante funzione strategica in seno alla Dodecapoli Messapica. É pur vero, comunque, che non sono state trovate finora importanti tracce delle sue vestigia, ma ciò non può escludere che ce ne siano nel suo sottosuolo.
È probabile che non ci sia stata l'opportunità, né l'interesse precipuo, ad andare in fondo a specifiche ricerche che avrebbero potuto arricchire la città di nuovi capolavori artistici e monumentali.
Giacomo Arditi offriva, comunque, importanti interpretazioni sulle origini storiche di Galatina, delineandone gli aspetti etnici, culturali, ambientali e anche leggendari che caratterizzarono la sua grande area territoriale che fu meta di immigrazioni provenienti dal vicino Oriente.
Egli citava il Casotti che nei suoi Opuscoli di Archeologia asseriva che l'antica città si trovava a due chilometri a settentrione da quella attuale, nel luogo che ancora oggi é denominato Galatini, ed il Galateo che nel De Situ Japigiae riportava che la sua collocazione originaria era da rinvenirsi nello stesso centro abitato cinquecentesco. A prova della messapicità di Galatina, essi consideravano il fatto che i suoi abitanti avevano presero parte all'insurrezione messapico-salentina contro i Romani nel 212-211 a.C., prima di essere sottomessi nel 209 a.C. da Quinto Fabio Massimo che spense ogni speranza di indipendenza per i popoli dell'antica Sallentina. La levata di scudi contro i nuovi conquistatori dell'Urbe fu fatale per i Messapi che conobbero le amare conseguenze della loro sfortunata scelta di campo.
Avendo appurato l'autenticità dell'antico territorio galatinese, lo stesso Arditi si interrogava sulle sue origini remote, riportando le varie ipotesi che aveva appreso da altre fonti.
Egli scriveva che qualcuno la vedeva fondata da Vidomaro, capitano dei Galli, altri dai Tessali che le avevano attribuito il nome della loro città d'origine, Galathena o Kalathena, altri da immigrati della Galizia, regione dell'Asia Minore, altri ancora la collegavano a Galata, figlia di Teseo, re di Atene, o ad una colonia di Ateniesi al seguito di Lizio Idomeneo. Un'altra interpretazione portava a considerare un antico insediamento distrutto nei pressi di Soleto, denominato Kalliai, i cui abitanti avrebbero poi fondato la mitica Sallentia e la nuova città di Galathena. L'Arditi, come prima di lui il De Ferraris, sostenevano la tesi dell'origine tessalica sia dell'insediamento di Galatina sia di quello di Galatone, considerando valida la loro appartenenza ad una sola etnia di immigrati, sulla base della corrispondenza toponomastica fra le città salentine suddette e quella d'origine della Tessaglia.

mura  messapiche a Galatina

In quell'epoca, diverse comunità tribali attraversarono il Canale d'Otranto ed approdarono lungo le coste della Japigia. Esse provenivano non solo dalle regioni elleniche insulari e continentali ma anche dall'Epiro, dalla Bassa Illiria, la Dalmazia, la Macedonia e la Tracia. Alcuni autori moderni hanno sostenuto che tre grandi correnti migratorie, costituite da Cretesi, Illiri e Locresi caratterizzarono in un lungo periodo la stratificazione etnica dell'antico Salento, che, a mio parere, conobbe un ben più vasto fenomeno immigratorio nei vari secoli antecedenti la colonizzazione romana.
L'Arditi è comunque più dettagliato nell'affermare che la terra d'origine del popolo che colonizzò questa zona del Salento era il territorio di Janna, che attualmente corrisponde all'incirca alla provincia epirota di Joannina, un'area molto frequentata nell'era arcaica per la vicinanza di Dodona (sede del famoso tempio di Zeus) e per la salubrità del luoghi. Nei pressi, infatti, si trovano l'antico insediamento di Klimatia ed il Limni Ioanninion, il lago che prende il nome dalla città limitrofa.
Il toponimo Galathena, secondo lo stesso autore, fu derivato dall'etimo greco gala-gàlactos (latte), perché la zona intorno era ubertosa di pascoli e di latticini. La ricchezza di allora consisteva, infatti, in armenti e prodotti naturali.
Come si può costatare Galatina fu considerata da diversi autori un insediamento messapico. Essa non fu probabilmente una città autonoma con moneta propria, ma una realtà abitativa che senz'altro fu parte integrante di una compagine culturale molto più ampia che abbracciava l'intero Salento.

mura  messapiche a Galatina

Per quanto riguarda le antiche medaglie che si suppone siano state ritrovate in zona con la testa di Minerva da una parte e dall'altra con l'iscrizione greca GALA THINON, l'Arditi riportava, in accordo con il Maggiulli, che non potevano essere ascritte con affidabile certezza al luogo e al periodo storico descritto.
Nel Corpus Iscriptionum Messapicarum, il Ribrezzo, dissertando su l'antico toponimo di Gàlatas, riferiva dell'insediamento messapico posto in una zona intermedia tra Galatina e Galatone. Egli collegava la città ai Calabri o Galabri (gli illirici Galàbrioi) che, secondo il Capovilla, si insediarono in alcune zone del Salento centro orientale in una fase successiva alla vera e propria immigrazione illirica. Essi facevano parte di una stessa fratria (grande tribù) denominata Gala, nome mitico di una stirpe, che attraversò lo stretto adriatico per approdare a Otranto e poi spostarsi verso Fratuentum e Soleto per finire a fondare una città nel luogo suddetto.

mura  messapiche a Galatina

Se interessanti potrebbero essere le ipotesi sulla nascita del centro messapico di Galatina, suggestive sarebbero le sue connessioni con una certa ritualità religiosa che avrebbero interessato un più vasto territorio salentino che includeva non solo Sallentia ed i suoi dintorni ma anche una parte della fascia paracostiera. Il triangolo Dizos-Hydruntum-Gàlatas costituiva probabilmente l'area originaria di penetrazione delle genti illiriche e traco-tessaliche che si spostarono in questo versante del Mediterraneo. Queste ultime appartenevano forse allo stesso ceppo etnico e portarono con loro le usanze ed i costumi delle regioni di provenienza. Molte sono le corrispondenze toponomastiche ed antroponomastiche che sono state riscontrate fra le due sponde dell'Adriatico per indurre a concepire una medesima matrice culturale. Non è escluso che alcuni particolari culti furono importati nel Salento dai suddetti colonizzatori, che esercitarono una certa influenza culturale e religioso sulle popolazioni autoctone. Sono importanti da considerare a questo proposito le dediche a Thaotor (nume illirico) nella Grotta della Poesia a Roca Vecchia, le numerose iscrizioni messapiche in onore di Zavadios (teonimo che ricorda lo Zeus ellenico), di Aprodita (Aphrodite), di Mandhias o Menzanas (il sacro cavallo illirico) ed i siti cultuali dedicati a Damatra e Grahia (dee delle messi), a Thana Sasynide, al dio della luce Bàlakras, ad Artemis Bendis (i più importanti dei quali furono rinvenuti presso Torricella e nel luogo dove si trova adesso la cappella della Madonna d'Altomare, sulla costa vicino Campomarino in prov. Di Taranto). Molti di quei culti erano di origine traco-illirica ed alcuni di essi (quelli di Bàlakras e di Bendis) erano già penetrati in Beozia, Eubea e in Attica, prima di approdare nel Salento.
Tornando a parlare delle corrispondenze etimologiche tra le due sponde dell'Adriatico, l'idronimo Asso, che denomina il canale o corso d'acqua che sicuramente una volta scorreva nei pressi di Gàlatas, non distante dall'antica Galathena, potrà avere avuto una derivazione macedone dal fiume Axios, il quale, secondo Euripide nelle Baccanti, era attraversato da Dioniso per recarsi sul colle Prieria nei pressi dell'Olimpo per onorare insieme alle adepte del suo culto ed alle instancabili Menadi, sue fedeli servitrici, i riti bacchici che tanto furore ebbero in varie parti dell'Ellade, incluse anche le sue regioni a nordiche.

mura  messapiche a Galatina

È molto probabile, dunque, che insieme all'immissione di nuove mode e costumi popolari ad opera dei colonizzatori balcanici, ci furono anche infiltrazioni di culti misterici in seno ad alcune aree del Salento centro-meridionale. E se la Tessaglia è da considerare uno dei paesi d'origine dei colonizzatori di quell'epoca, non si può disconoscere l'importanza che alcune usanze religiose ebbero in seno alla loro stessa civiltà. I riti magici ed alcuni miti particolari costituivano un importante elemento di coesione sociale e, a volte, erano alla base dell'identità etnica di interi agglomerati tribali. Non è da escludere, quindi, che Asclepios (dio della medicina) fosse una divinità molto seguita da queste parti. Il suo culto potrebbe essere stato importato da alcuni immigrati tessali provenienti da Trìkala (l'antica Trìkkis, patria del famoso nume).
Anche Dioniso sarà entrato nelle pratiche rituali e divinatorie del Salento al seguito delle popolazioni che le avranno introdotte con tutti i loro risvolti magici, misterici ed iniziatici. Non ci sono documenti validi che testimoniano l'autenticità di quel culto ma è pur vero che alcuni studiosi di epigrafi messapiche hanno riportato che furono rinvenute laminette d'argento dedicatorie, depositate insieme ai defunti all'interno delle tombe di quell'epoca. E quella, secondo alcuni esegeti di antiche ritualità, era un'usanza prettamente demandata agli iniziati orfici, dionisiaci e pitagorici che pensavano che, una volta morti, avrebbero avuto la possibilità, grazie al loro vademecum, di evitare il mare dell'oblio e di varcare quello della rimembranza attraverso il quale avrebbero trovato la vita beata, lontana dalla peregrinazione del nascere, dagli affanni e dalla miseria terrena dell'essere.

mura  messapiche a Galatina

Euripide scrisse nelle "Baccanti" che il processo rituale era molto cruento. L'iniziato, vestito con una tunica di lino fino ai piedi, una mitra, ossia una rete che avvolgeva tutte le chiome, portava in mano un tirso d'edera, un nastro colorato sulla frotte che cingeva i capelli e addosso una pelle macchiata di cerbiatto. Egli chiedeva al dio la purificazione ed un premio per l'altra vita. Dopo un estenuante festeggiamento in preda ai fumi del vino sacro, dove il postulante si riversava per terra diverse volte e danzava circondato dalle sfrenate Baccanti che si contorcevano e scuotevano la testa all'indietro, eccitate dall'effetto inebriante del nettare di Bacco, veniva liberato un grosso capro, incitato a correre per i declivi; l'iniziato gli andava dietro affannosamente, ormai abbastanza ebbro di quella poderosa sostanza alcolica; dietro, a una certa distanza, lo inseguivano le Menadi, scatenate e vogliose di sangue e dietro ancora le Baccanti, mai sazie di sfrenatezze e piacere carnale.
Dopo un lungo percorso alla rincorsa del capro spaventato, l'aspirante all'iniziazione cadeva per terra esausto e privo di forze. Poco dopo, le Menadi lo raggiungevano e, dopo aver catturato il capro, lo portavano all'altare del sacrificio. In questo caso non era lui il sacrificato ma il capro che espiava le sue colpe. Esso, dopo essere stato immolato in onore del dio, veniva smembrato e mangiato avidamente dalle feroci Baccanti, che completavano il rito. Con questo atto, si ricordava la fine sacrilega che ebbe il dio ad opera dei Titani, alleati di Era, sua potente nemica. Dioniso visse ugualmente nel ricordo del rito propiziatorio ed il suo culto si diffuse ampiamente in diverse terre del Mediterraneo. Lo stesso Euripide argomentò che fu venerato come figlio della tebana Sèmele e di Zeus; ma furono le regioni della Lidia e della Frigia che raccolsero per prime il suo mito e lo venerarono fedelmente. Lì lo considerarono figlio prediletto della dea madre Cybele, della Potnya mediterranea, divinizzando ancora di più le sue origini. Collaterale al culto di Dioniso, c'era anche quello di Pan con i suoi fauni e satiri che non disdegnavano di prendere parte ai vari riti misterici.
Per concludere con le suggestive corrispondenze etimologiche del nome della città, che dire poi dello stesso toponimo che evoca anche la famosa ninfa acquatica Galatea, una delle cinquanta Nereidi, fra le cui sorelle sono note Anphitrite, sposa di Oceano, e Tetide, madre del pelide Achille. Ed infine, riferendosi alle tradizioni del tarantismo galatinese, potrebbe essere interessante valutare il nesso semantico che esiste fra il termine greco galeòtes, che è tradotto con il significato di tarantola, con le origini storiche del fenomeno rituale della tradizione di questi luoghi. Tali supposizioni andrebbero comunque verificate in un ambito più prettamente scientifico.
Secondo gran parte degli studiosi, Galathena, Sallentia e Gàlatas rimangono avvolte nel loro mistero. Non molto è stato fatto comunque per restituire a questi importanti insediamenti messapici un'adeguata dignità che avrebbe potuto far parlare di loro come di grandi città della famosa Dodecapoli Messapica.

Le donne di Messapia

Alcune singolari caratterizzazioni femminili, evidenziate in multiformi scene pittoriche e descritte da diversi autori classici, veicolano, a tratti, l'idea di una donna affrancata dal suo millenario ruolo di subalternità e di sottomissione all'elemento maschile. Potrebbero, pertanto, sorgere dubbi su una tale tipizzazione in un'epoca storica tanto remota; ma l'ambiente così delineato può certamente riferirsi ad un importante aspetto della cultura epicorea dell'antico Salento. Le documentazioni archeologiche e le numerose iscrizioni epigrafiche ci rivelano alcuni segreti di un mondo in cui la donna aveva senz'altro un ruolo molto importante e certamente molto meno subordinato di quanto si possa immaginare. Le informazioni dedotte ci rivelano diverse sfaccettature dell'ambito femminile che offrono allo studioso di oggi interessanti profili culturali di un'epoca intrisa di misteriosi costumi ed usanze che furono alla base di una vera e propria civiltà, quella messapica. All'apice della scala sociale c'era la donna di alto rango che godeva a pieno titolo dei diritti di cittadinanza e poteva anche assurgere a rilevanti cariche politiche e diplomatiche nel quadro delle giurisdizioni locali o di quelle confederate. È comunque ampiamente condiviso che essa svolse diversi ruoli e varie funzioni in seno alle organizzazioni tribali dell'intero territorio salentino. Fu quindi reggente, principessa, eroina, ambasciatrice, cavallerizza, amazzone, sacerdotessa, vergine consacrata alla dea Thana Sasynide, al dio Bàlakras di Sallentia, a Thàotor, ad Artemis Bendis o ad altre venerate divinità; ma fu anche una donna comune, che si dedicava alla cura del proprio focolare domestico o alle diverse attività quotidiane che riguardavano comunque l'ambito familiare. Non era insolito, però, che la stessa donna, che fungeva da amministratrice della casa, da mamma e compagna dell'uomo, fosse chiamata a compiere anche pesanti lavori nei campi e in altri settori produttivi in forma autonoma insieme al marito o alle dipendenze di ricchi possidenti che altrimenti non avrebbero potuto espandere le proprie attività economiche. In Messapia non esistevano veri e propri schiavi o erano talmente pochi che non costituivano certamente un fenomeno sociale da prendere in considerazione. La formazione della composita etnia messapico-salentina, come diversi autori classici e moderni hanno riferito, fu il risultato di un lungo processo di aggregazione che si concluse verso il V sec. a.C., dopo una lunga e stratificata colonizzazione che dall'età protostorica e quella del ferro si protrasse nei secoli successivi fino a quando non fu raggiunto un adeguato livello culturale ed amministrativo che sancì la nascita di una vera civiltà autonoma. L'originario ceppo etnico peninsulare si fuse nel tempo con l'elemento cretese-miceneo, poi con quello illirico-japigio, ed infine con le diverse genti elleniche provenienti delle sponde orientali e dalle isole del Mare Jonio. Durante la prima fase, i precedenti abitatori della penisola salentina, sottomessi dai nuovi arrivati, furono probabilmente tratti in schiavitù; ma con il passare delle generazioni, anche essi trovarono il modo di essere liberati dal loro stato di inferiorità e di prendere parte attiva e in condizioni di parità alla vita sociale delle nuove entità territoriali. È pur certo che maestranze specializzate autoctnone e straniere siano state impiegate per la realizzazione di grandiosi monumenti, ma è altrettanto ammissibile che numerosi manuali locali che svolgevano umili lavori a pagamento erano utilizzati a tale scopo e fra questi non erano ovviamente risparmiate le donne che assolvevano compiti ausiliari, ma pur impegnativi al fianco degli uomini. Il lavoro manuale delle donne, che, di solito, facevano parte di nuclei familiari meno abbienti, era considerato encomiabile ed accettato dalla società del tempo. Esse erano ripagate in porzioni di grano, olive o altri generi di primario consumo. In questo modo, i membri delle classi sociali più povere, privi di risorse essenziali per condurre una vita decorosa, attendevano con piacere l'inizio di grandi opere perché rappresentavano per loro un sicuro sostentamento per tutto il tempo che occorreva alla loro ultimazione. Le classi dominanti erano, invece, costituite dalle famiglie più nobili delle comunità messapiche, i cui capostipiti si erano distinti nelle epoche precedenti sia per meriti di guerra sia per importanti ruoli politici ricoperti. Essi si assicuravano in tale modo il totale rispetto della popolazione e un'abbondante fortuna economica. Quell'antico assetto sociale non escludeva comunque dai benefici le famiglie emergenti che potevano trovare un giusto collocamento all'interno delle comunità grazie alle benemerenze di alcuni loro esponenti. Si può, quindi, rilevare che esistevano diverse tipologie di donne caratterizzate dal loro ceto sociale; tutte, però, erano parte integrante di un'etnia al cui vertice c'era il wanax o curione che aveva il compito precipuo di salvaguardare la concordia e la pace fra la sua gente. Nel quadro generale della civiltà messapica, il modus vivendi delle donne di famiglie povere era quindi condizionato dallo strenuo lavoro che esse erano tenute a compiere perché costrette dalla precarietà economica del loro ambiente particolare; mentre, molto più allettante era invece l'ambiente nel quale vivevano le figlie e le consorti di abili artigiani, di ricchi fattori o grandi allevatori. Esse potevano assumere la loro parte di comando all'interno delle attività familiari e impartire ordini ai braccianti che lavoravano presso di loro. Le fanciulle di alto rango erano le vere elette dalla fortuna, poiché il loro stato era talmente riverito che potevano permettersi ciò che a molte altre era proibito. Esse potevano dedicarsi alle attività ginniche, come le donne di Sparta, e potevano prendere parte ai diversi consessi alla presenza di uomini, senza essere marchiate con l'epiteto di donne di facili costumi. L'alto lignaggio permetteva loro di condurre uno stile di vita più appagante e concedeva aspettative coniugali che ben si uniformavano con le prerogative dinastiche della propria stirpe. Ogni capo famiglia della classe dominante contemplava quindi unioni fruttuose e foriere di prolifica prosperità per le proprie discendenti. Menandro nel "La fanciulla dai capelli corti", ci rappresenta l'engyesis, fra il kyrios, in questo caso il padre della sposa, e il pretendente. L'engyesis era essenzialmente un accordo, una convenzione orale, ma solenne. I due contraenti si scambiavano una stretta di mano e qualche frase rituale molto semplice. Si trattava, quindi, di una promessa di matrimonio molto vincolante che creava già solidi legami fra il pretendente e la futura sposa. Era necessario inoltre che tale accordo fosse stipulato alla presenza di testimoni che legittimavano l'esito di quella convenzione orale. Il padre di famiglia aveva diritto assoluto sulla sorte dei figli prima del matrimonio e poteva anche venderli senza essere tacciato per questo di dovere improprio verso la prole. Questa pratica era molto diffusa anche in varie regioni elleniche e nei territori balcanici prospicienti la penisola messapica. Dal V sec. a.C. in poi era lo sposo che riceveva la ricca dote nuziale secondo le diffuse usanze dell'epoca; probabilmente l'esistenza della dote serviva a distinguere un matrimonio legale da un contratto con una concubina. In età omerica invece era il pretendente che offriva doni al suocero divenendo tale atto un vero e proprio contratto di acquisto della figlia. La cerimonia dell'engyesis si svolgeva presso l'altare domestico attribuendo in questo modo a tale evento una sacralità ed una solennità che suggellavano l'importante pronunciamento. Secondo le informazioni di Demostene in "Contro Boeto" e in "Contro Afobo", il padre del giovane in età di matrimonio gli sceglieva per sposa colei che meglio di altre avrebbe potuto dargli dei nipoti sani e belli. È evidente che in questi casi egli sceglieva la moglie per il figlio in famiglie ricche o benestanti che avrebbero garantito una considerevole dote alla propria figlia. Non era inusuale che un giovane sposasse una componente della stessa famiglia, prima cugina o sorellastra, per non depauperare le risorse familiari e meglio conservare il proprio patrimonio. Dal profilo rituale, dopo l'engyesis, si passava alla consegna della donna allo sposo, ma era la consumazione del matrimonio che offriva la garanzia allo sposo e alla sua famiglia che la donna ricevuta in moglie aveva conservato la verginità fino a quel momento ed era quindi pronta a generare figli legittimi che avrebbero dato calore e fortuna alla propria casa. Secondo la tradizione di molti popoli autoctoni e secondo quanto ci riporta Plutarco nel "Dialogo sull'amore", il giorno delle nozze (gamos) si teneva un banchetto e un sacrificio nella casa del padre della sposa. Quest'ultima era velata, con una corona in testa, ed era circondata dalle sue amiche e al suo fianco stava la ninfeutria, una donna che la guidava e assisteva nella cerimonia del matrimonio. Il pasto includeva cibi tradizionali e i dolci di sesamo erano garanzia di fecondità. Il festoso avvenimento si concludeva con l'offerta dei doni da parte degli ospiti e la sposa poteva a quel punto togliersi anche il velo. Anche da sposata, la donna messapica di alto lignaggio disponeva di un grande margine di libertà e poteva continuare a coltivare le sue passioni giovanili. Come abbiamo già accennato, essa poteva anche svolgere attività fuori dal tetto coniugale e prendere parte ai riti religiosi che si svolgevano durante l'anno. I lavori di casa, erano demandati a donne di servizio che, di solito, vivevano all'interno della struttura familiare. Nel caso la donna di casa fosse in periodo di gravidanza, ella conduceva una vita più ritirata fino al parto. In Atene, invece, le donne rimanevano nei ginecei che non erano chiusi a chiave (tranne la notte), ma erano privi di finestre con grate, anche se il costume era sufficiente per trattenere le donne in casa. Affermava Euripide nella "Medea": - una donna deve stare in casa; la strada è per la donna da nulla -. Durante le tesmoforie (riti religiosi in onore di Damatra), non c'era comunque distinzione di casta; tutte le donne, a prescindere dal loro ceto sociale, partecipavano alle processioni con in mano le torce crociate e le varie offerte che portavano alla dea della fecondità intonando inni propiziatori. Un luogo di culto molto rinomato in Messapia era quello che si trovava a ridosso della prima cerchia muraria di Orra. Lì confluivano pellegrini non solo della zona ma anche di altri insediamenti della penisola salentina. Per le usanze messapiche e per quelle di gran parte delle società autoctone e magnogreche, un marito aveva comunque il diritto di ripudiare la propria moglie, quando questa si macchiava del reato di adulterio o di azioni diffamatorie nei suoi confronti. La sterilità era anche considerata causa di ripudio, perché l'uomo che l'aveva sposata aveva il diritto di garantire la continuità della propria famiglia e se ciò non avveniva egli la rimandava al padre con la dote. Nelle famiglie più povere quest'ultimo particolare agiva da freno, poiché il più delle volte le precarie condizioni economiche impedivano di restituire la dote della donna ripudiata. Per il costume ateniese la migliore delle donne era quella della quale gli estranei parlavano meno, sia nel male sia nel bene. Per la sua buona reputazione era consigliabile di non uscire quasi mai da casa anche se Gorgia sembrava mostrare maggiore finezza quando asseriva che non era l'apparenza ma la sostanza che faceva di una donna la degna compagna di un uomo. Alle donne ateniesi era vietato persino di accedere all'androon (luogo frequentato dai soli maschi). Durante e dopo la Guerra del Peloponneso, i costumi femminili cambiarono anche nella capitale attica. Pericle ripudiò la moglie, dalla quale aveva avuto già due figli, per congiungersi all'intelligente e colta Aspasia di Mileto. Essi fondarono un vero e proprio circolo culturale composto da donne e uomini che si riunivano di tanto in tanto per festeggiare o dibattere argomenti interessanti. Pseudo-Demostene in "Contro Neaira" descrive una società abbastanza aperta per i suoi tempi: - "Abbiamo le cortigiane per il piacere, le concubine per le cure quotidiane, le mogli per darci dei figli legittimi ed essere le custodi fedeli delle nostre case". Nel "Lisistrata" (411) e "Le donne in assemblea" (392), alcuni ateniesi pensavano che le cose sarebbero andate meglio se le donne avessero determinato le scelte politiche al posto dei loro mariti. Nell'ultima commedia citata, Aristofane contrapponeva il tranquillo tradizionalismo delle donne alla mobilità inquieta e innovatrice degli uomini e concludeva che le pratiche femminili sono migliori di quelle maschili. Per quanto riguarda, invece, il mondo delle cortigiane, anche in Messapia ci saranno state vere e proprie mestieranti dell'amore che avranno esercitato comodamente il loro lavoro in località portuali. A Brention, Hodrum, Anxa-Kallipolis, Naunia, Thuria Sallentinae o in prossimità di altri approdi lungo le frequentatissime rotte a piccolo cabotaggio della penisola salentina, alcuni ritrovi del piacere avranno ospitato ricchi mercanti di passaggio o persone comuni che non disdegnavano di trascorrere un po' di tempo in dolce compagnia. A fare parte di questo mercato erano sicuramente donne ripudiate o molto povere da non potersi permettere alcun'altra risorsa o anche donne che erano state prelevate alla loro nascita, allorquando il genitore le aveva esposte al di fuori della casa su di un paniere o un cesto, perché indesiderate. C'era chi sapeva distinguere fra le neonate chi sarebbe diventata bella da adulta e questo fatto determinava il loro destino amministrato da un'esperta meretrice, che le sfruttava finché esse non avevano riscattato l'adozione volontaria da parte di colei che le aveva raccolte ed aveva provveduto al loro mantenimento fino all'età di quindici anni. Mentre le più fortunate a quell'età prendevano marito, esse erano invece costrette a una vita di prostituzione. Dopo un certo periodo, le prostitute acquistavano la libertà e si mettevano in proprio. Alcune di loro diventavano molto ricche e talvolta sposavano uomini di grande potere. Per aggraziarsi i favori delle autorità politiche e religiose, i tenutari delle cosiddette case di prostituzione offrivano una parte dei loro profitti per contribuire all'erezione di alcuni templi dedicati ad Aprodita (l'Aphrodite messapica) o ad altre divinità protettrici dell'arte amatoria. Il culto di Aprodita, dea dell'amore, era molto diffuso in Messapia, ma anche quello di Thana o Athana (dea dell'ingegno), di Arthemis Bendis, Arthemis Agrogora, Damatra e Grahia, divinità della fertilità e della riproduzione. Chissà quante volte le donne di Messapia avranno pregato Aprodita e le altre dee per meritare un buon matrimonio ed una sana prole? L'universo della donna messapica, delineato in base ai tanti documenti epigrafici e raffigurativi, è assai complesso ed è lungi dall'essere esplorato esaustivamente; ma, ogni sforzo esegetico che si compie e ogni frammento di informazione che si aggiunge costituiranno nel tempo un importante apporto sulla strada della conoscenza di un così interessante aspetto delle origini culturali del nostro Salento.


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